Il sinodo. Un modo nuovo di essere Chiesa
di Daniele Rocchetti, da La Barca e il Mare
Sono stati tanti coloro che in queste settimane mi hanno chiesto un parere attorno al Sinodo concluso e al Documento Finale. Segno che il lungo percorso, almeno per una parte della comunità ecclesiale, non è stato rimosso. Non era scontato, e già questa è una buona notizia.
Vescovi, preti, laici scettici verso il Sinodo e il Papa
Anche perché – diciamolo francamente – si è arrivati al Sinodo con lo scetticismo di molti. Certo di alcuni vescovi che hanno rischiato di cogliere “l’avvenimento ecclesiale più importante, più strategico, dopo il Concilio Vaticano II” (Piero Coda), come una delle tante sollecitazioni di un pontificato più sopportato che amato. Una “fissazione” di papa Bergoglio subita dai vescovi, soprattutto europei, alle prese con un disorientamento inedito e profondo che nasce dalla progressiva consapevolezza di un radicale cambiamento dentro la vita delle persone e delle comunità sempre più distanti dalla vicenda cristiana formulata dalla Chiesa.
Scetticismo di alcuni preti che, per storia e formazione, non sono sufficientemente abituati a pensare e a realizzare, nella prassi non solo nelle parole, una corresponsabilità capace di far crescere donne e uomini adulti nella fede. A fronte di parole spese troppe volte nella chiesa pare valere il principio della “piramide sospesa” (cosi la chiama un teologo), in cui tutto (di)pende dal vertice, gestore e dispensatore del sacro. L’essere parte della comunità ecclesiale è posto perciò sotto il sigillo dell’appartenenza e i fedeli rischiano ancora di essere considerati, in pratica, dei sudditi la cui virtù prima sta nell’obbedienza: attiva, collaborativa, consapevole ma pur sempre obbedienza.
Scetticismo anche di alcuni laici. In fondo, non si cancella in poco tempo una tradizione secolare che li ha voluti subalterni. Ho scritto spesso che la questione dei laici sta al centro delle sfide pastorali che si trovano ad affrontare le nostre comunità parrocchiali. La loro innegabile valorizzazione è avvenuta soprattutto nei termini della loro attiva partecipazione al ministero della Chiesa in qualità di catechisti, di animatori liturgici, di operatori nel campo dell’assistenza. Il rischio è che questo loro impegno dentro la Chiesa – che è comunque indispensabile ed esige anzi un lavoro formativo ancora più preciso – sia visto ancora prevalentemente in termini di collaborazione e di supplenza all’azione del prete. Questa prospettiva non permette di costruire la chiesa come una comunità di battezzati, di cristiani consapevoli – come sottolinea il Documento finale – della loro identità battesimale.