Il popolo della Pace esiste

il popolo della pace esiste

La guerra vittoria dei cattivi

Siamo impotenti sul da farsi e molto spesso anche nel riuscire a comprendere cosa stia accadendo. 

L’unica via per progredire insieme è fare un passo indietro, mettere da parte ciò che divide e lavorare sui comuni denominatori

Questo articolo è apparso su L'Eco di Bergamo di domenica 12 ottobre 2025

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Dal 24 febbraio di tre anni fa, ovvero da quel brusco risveglio che vivemmo coi bagliori sul confine russo-ucraino, è difficile individuare un mese o anche solo una settimana avara di preoccupazioni e di breaking news, fossero anche «solo» aggiornamenti dal fronte. Da quando la parola guerra è rientrata nell’unico modo che conosce, di prepotenza, nella nostra quotidianità è stato un susseguirsi di choc, che stanno culminando nei giorni che stiamo vivendo. L’inizio di questo mese ha visto, nell’ordine: la conclusione della missione Global Sumud Flotilla, mobilitazioni nelle piazze e per le strade che nel nostro Paese non si vedevano da vent’anni, la ricorrenza a due anni dal 7 ottobre 2023 e, ultima non di certo per importanza, la tregua siglata dal governo israeliano e Hamas, con regia made in Usa. Investiti da questo vortice, così vicino eppure così lontano, è difficile non provare disorientamento. Impotenti rispetto al da farsi e molto spesso anche nel riuscire a comprendere cosa stia veramente accadendo. 


La marcia del popolo della Pace 

Questo rovente inizio di ottobre culmina, per gli italiani, nella giornata di oggi con la Marcia per la Pace Perugia- Assisi. La Marcia rappresenta l’appuntamento fisso nel calendario del «popolo della Pace», mai come quest’anno imperdibile (da Bergamo partiranno 15 pullman in direzione Perugia). La partecipazione è stimata nell’ordine delle centinaia di migliaia di persone e l’auspicio è che veramente possa rappresentare un momento di profonda comunione per tutto il popolo della Pace. 

Un popolo che troppe volte appare litigioso. Ci si perde in distinguo su cui ha senso ragionare, per carità, ma curando come lo si fa. Evoco alcune parole chiave: disarmo, genocidio, «blocchiamo tutto». Sono temi delicati e nei confronti dei quali la Storia non potrà esimersi dal pronunciare una parola definitiva, ma coi tempi che ad essa si confanno. 

Faccio un esempio. Personalmente, e pienamente in linea con il movimento che rappresento, credo che il disarmo sia la via maestra per conseguire la Pace. Al contempo però, confrontandomi con persone che custodiscono il mio medesimo desiderio, ma che sono persuasi dallo schema secondo cui la Pace non può durare senza meccanismi di deterrenza militare, voglio avere l’onestà intellettuale di riconoscere quella posizione così diversa dalla mia; e così incerta, proprio come la mia. Al contrario, frapporre un muro fra noi e loro, magari dandogli dei guerrafondai, rappresenta quanto di meno pacifico si possa fare.

È rovinoso sacrificare sull’altare di queste dialettiche l’unità fra coloro che desiderano nel profondo del proprio animo una Pace vera, una Pace giusta. Al che, una domanda sorge spontanea: esiste un popolo della Pace? Io credo di sì. 


«Cattivo è chi il cattivo fa» 

Non è vero che al mondo non esistono buoni e cattivi. Nessuno mette in discussione che ciascuno di noi serbi, magari ben celati, dei «tesori di immondizia ». Però, specialmente in questo tempo che ci chiede un ulteriore sforzo di lucidità, possiamo trovare ugualmente la strada per orientarci. Possiamo mutuare come «metro morale» una delle frasi cult del celebre Forrest Gump: «stupido è chi lo stupido fa». Cattivo è chi il cattivo fa. Le nostre comunità sono affollate di persone che -magari colme di attenuanti e in credito con la sorte- oggi non hanno a cuore né il destino di Gaza, né dell’Ucraina, né di nessun altro popolo oppresso. Persone che non pongono grandi distinguo fra arabi ed ebrei, considerando entrambi «feccia del pianeta». «Scarti», come avrebbe detto Papa Francesco. 

C’è una distanza fra chi pensa così e il popolo della Pace? Eccome. In questi termini, inizia ad essere più «digeribile» la distinzione fra buoni e cattivi. E riconoscere il male che abita dentro le nostre gelosie, dentro le ferite più dolorose e gli egocentrismi, è il primo antidoto per non incattivarci. Mi vengono alla mente alcune riflessioni che l’ex priore di Bose Luciano Manicardi e altri monaci di quella comunità hanno dedicato all’«oblio della morte». In estrema sintesi, denunciavano come la civiltà occidentale abbia silenziato la morte, estromettendola dal linguaggio e dall’uso comune, privandola di fatto del proprio valore pedagogico. 

Mi chiedo se la stessa operazione la civiltà occidentale non la stia facendo con «il diavolo ». Che non è un mostro animato con le corna e il forcone in mano, bensì l’abisso in cui gli uomini possono sprofondare, in un circuito di incattivimento che rende quotidiano il non curarsi dell’altro, il danneggiarlo, il «fare del male». Così si diventa cattivi. Credo che non si debba avere paura a porre una distanza, nel presente, nei confronti di chi è cattivo. Una distanza che si spera si possa colmare nel futuro e che non ha nemmeno senso porre guardando al passato. Nessun bambino nasce cattivo e, anche per questo, è cruciale fare attenzione nel porre quella distanza limitandosi a osservare i comportamenti dell’oggi e, cosa ancor più difficile, sospendendo il giudizio sulla persona. 


Pace e democrazia 

La guerra è un buco nero che assorbe uomini e umanità, culture e civiltà. La guerra è la vittoria dei cattivi. A volte, pur mossi dai sentimenti più nobili che empatizzano con le vittime dei conflitti e dell’ingiustizia, ci è più semplice puntare il dito contro altri buoni, che magari non sono d’accordo con noi solo su alcuni aspetti. Fare un passo indietro, mettere momentaneamente da parte ciò che divide e lavorare sui comuni denominatori richiede maggiore fatica, perché ci costringe a metterci in discussione. Però è l’unica via per progredire insieme, magari ricordandosi che esiste un metodo pacifista che sostiene questo processo e che si chiama democrazia. Solo così, solo ripartendo dai (pochi) fondamentali dell’umano, la grande marcia verso un mondo di Pace credo possa andare lontano.

Roberto Cesa
Presidente ACLI Bergamo Aps

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