Una giornata in Piazza Mascheroni a Bergamo (Città Alta) con stand e laboratori sui teatri di guerra nel mondo.
L’evento è promosso da ACLI, Diocesi di Bergamo, Rete della Pace e Disarmo di Bergamo, Enti Locali per la Pace e Assessorato alla Pace del Comune di Bergamo.
Di seguito trovi i materiali di approfondimento:
La crisi in Myanmar (nazione anche conosciuta come Birmania) è un conflitto civile che dura da ormai quattro anni. È scoppiata nel febbraio del 2021, e da allora ha visto lo scontro tra i militari dell’esercito nazionale e forze ribelli.
Tutto inizia con un colpo di stato che avviene a febbraio 2021. Il Tatmadaw (così si chiama l’esercito birmano) si oppone all’elezione della rappresentante del partito Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) Aung San Suu Kyi. Il popolo insorge per protesta, scatenando l’ira dell’esercito che risponde con arresti di massa, torture ed esecuzioni. Alla popolazione non resta che organizzare la resistenza armata, che si divide in varie fazioni lasciando un teatro molto frammentato.
Il Myanmar è sempre stato un contesto complicato, caratterizzato dalla convivenza di diverse etnie spesso in lite tra loro. Molte di queste hanno approfittato dell’instabilità degli ultimi anni per organizzarsi e prendere il controllo dei territori a cui sono tradizionalmente legati. Tre di queste si sono unite nella “Fratellanza” che nel 2023 ha lanciato l’offensiva Operazione 1027 che ha particolarmente destabilizzato le forze della giunta militare. Queste etnie sono quelle dei Rohingya (di religione musulmana), i Kokang (di origine cinese) ed il Ta’ang National liberation army, che da decenni lotta contro il governo centrale. Ad oggi la giunta militare controlla meno del 50% del territorio del Paese.
Il conflitto che osserviamo ci mostra le difficoltà di un paese in transizione democratica con una pesante storia coloniale alle spalle ed una demografia frammentata tra tantissime minoranze etniche, religiose e linguistiche. Lo stesso partito di Aung San Suu Kyi è spesso stato criticato per aver portato avanti operazioni di assimilazione culturale ad opera della maggioranza etnica dei Bamar.
Come riportano Amnesty International e l’Osservatorio Diritti, il bilancio oggi conta più di 50.000 vittime, tra cui 8.000 civili spesso travolti dalle bombe dei caccia dell’esercito nazionale, che reprimeva i villaggi che non riusciva a controllare. La gravità del conflitto si vede soprattutto dal numero preoccupante di sfollati che ha generato, e delle gravi condizioni di povertà che si sono generato in uno dei Paesi più isolati di tutta l’Asia. Oltre alle bombe, la violenza della polizia, gli arresti arbitrari e le torture hanno spinto alla fuga più di 3 milioni di persone.
Oggi il 75% degli abitanti del Paese è in condizione di povertà e 13 milioni di individui soffrono la fame. Particolarmente grave è la condizione dei già menzionati Rohingya, ormai apolidi, che nell’esodo dalla guerra vengono catturati e costretti ad arruolarsi nelle prime file.
La giunta militare ha recentemente annunciato delle nuove elezioni generali da tenere nel 2025, ma c’è molto scetticismo su questa notizia. Il Myanmar rimane quindi un contesto di guerra, molto complesso nelle sue origini e con difficili soluzioni. Dopo aver avuto un breve spazio nei riflettori dei nostri media, sembra ormai scomparso quasi del tutto. Eppure, soluzioni per ora non ci sono, ma vittime, purtroppo, se ne mietono ancora.
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Preghiera
Quando il mondo si volta di spalle
e di nuovo tra noi ci sono distanza e muri
parla con me
parla con me
anche se queste parole non cambieranno nulla
e quando tutt'intorno già odora di guerra
e già si accendono le prime battaglie
parla con me
parla con me
perché anche con le parole si può amare
so solo una cosa e una sola ho imparato
e te la chiedo piano, goffamente, timidamente:
parla con me
parla con me
e che la tua parola si faccia carne.
(JURIJ IZDRIK)
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